Quando il costo della burocrazia non è previsto dalla legge - Confimprese Palermo

Quando la burocrazia “crea” costi aggiuntivi

Ogni imprenditore sa che avviare e gestire un’attività comporta il rispetto di regole, adempimenti e costi previsti dalla normativa. Nessuno mette in discussione questo principio.

Esiste però un’altra categoria di costi, meno evidente ma spesso altrettanto gravosa: quella che nasce da interpretazioni amministrative discutibili, da procedimenti inutilmente complessi o da contenziosi che avrebbero potuto essere evitati.

Non parliamo soltanto di somme da versare. Parliamo del tempo necessario per ricostruire norme e regolamenti, della documentazione da predisporre, delle consulenze professionali, dei ricorsi amministrativi o giudiziari e dell’incertezza che accompagna ogni controversia con la Pubblica Amministrazione.

Sono costi che raramente compaiono nei bilanci pubblici, ma che incidono concretamente sulla vita delle imprese.

Negli ultimi mesi Confimprese Palermo si è trovata ad affrontare, tra le altre, due questioni diverse, accomunate dallo stesso problema.

La prima riguarda l’applicazione dei diritti di istruttoria nell’ambito della SCIA unica. Nella quale la nostra osservazione non riguarda il valore economico del singolo diritto di istruttoria. Il tema è un altro. Il legislatore ha istituito il SUAP e la SCIA unica per concentrare in un unico procedimento tutti gli adempimenti necessari all’avvio di un’attività economica. Se il procedimento è unico, anche l’istruttoria dovrebbe mantenere la propria unitarietà, sia sotto il profilo amministrativo sia sotto quello economico.

La seconda vicenda riguarda il Canone Unico Patrimoniale applicato ai mercati. Confimprese Palermo ha affrontato negli ultimi anni numerosi casi nei quali ha ritenuto che alcune modalità di calcolo del canone non fossero conformi alla disciplina prevista dalla legge. In alcune situazioni le amministrazioni hanno riesaminato i propri provvedimenti in autotutela; in altre hanno preferito difendere le proprie determinazioni davanti al giudice.

Nel frattempo il quadro giuridico ha continuato ad evolversi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze è intervenuto con proprie risoluzioni interpretative e il Consiglio di Stato ha affrontato il tema del Canone Unico Patrimoniale, ribadendo i limiti entro i quali i Comuni possono determinare il canone mercatale nel rispetto della disciplina prevista dalla legge.

Naturalmente ogni controversia presenta caratteristiche proprie e ogni amministrazione ha il diritto di sostenere le proprie interpretazioni. Il punto, però, non è stabilire chi abbia ragione in ogni singolo procedimento. La vera questione riguarda il costo che queste controversie producono.

Quando un’impresa ritiene illegittimo un provvedimento amministrativo, quasi sempre l’unico strumento di tutela è il ricorso. Questo significa incaricare professionisti, sostenere spese legali, attendere i tempi della giustizia e convivere per mesi, talvolta per anni, con una situazione di incertezza.

Anche quando le ragioni dell’impresa vengono successivamente riconosciute, il tempo impiegato, le energie spese e i costi sostenuti non possono essere restituiti.

È qui che nasce una riflessione che, a nostro avviso, merita attenzione.

È corretto che il costo del contenzioso ricada quasi esclusivamente sull’impresa, mentre chi ha adottato o sostenuto un provvedimento successivamente rivelatosi infondato non subisca alcuna conseguenza personale?

Non è una domanda rivolta contro i funzionari pubblici. È una domanda sul funzionamento del sistema.

Una Pubblica Amministrazione moderna non si misura soltanto dalla correttezza formale dei propri atti, ma anche dalla capacità di prevenire il contenzioso, correggere tempestivamente eventuali errori e utilizzare l’autotutela quando emergono elementi normativi o giurisprudenziali che suggeriscono un riesame delle decisioni adottate. L’impressione è che, in alcuni casi, l’autotutela venga utilizzata con estrema cautela, preferendo demandare al giudice amministrativo la verifica della correttezza del provvedimento. È una scelta comprensibile sotto il profilo della prudenza amministrativa, ma che trasferisce sulle imprese il costo e i tempi necessari per ottenere una risposta che, talvolta, avrebbe potuto essere raggiunta già nella fase del riesame amministrativo. Del resto, il potere di autotutela è stato introdotto proprio per consentire alla Pubblica Amministrazione di correggere tempestivamente i propri atti quando ne ricorrono i presupposti, evitando contenziosi inutili e perseguendo l’interesse pubblico con maggiore efficacia.

L’esercizio dell’autotutela non rappresenta una sconfitta dell’Amministrazione. Al contrario, costituisce uno degli strumenti attraverso i quali l’interesse pubblico viene perseguito nel modo più efficace, evitando di imporre alle imprese e agli stessi enti pubblici costi che possono essere prevenuti.

Non mancano, fortunatamente, esempi di amministrazioni che scelgono una strada diversa.

Proprio nell’ambito del Canone Unico Patrimoniale, alcuni Comuni hanno riesaminato i propri provvedimenti alla luce delle osservazioni formulate da Confimprese Palermo e dell’evoluzione del quadro normativo, esercitando il potere di autotutela.

È quanto accaduto, ad esempio, nel Comune di Villafranca Sicula, Ribera e tanti altri, dove le Amministrazione hanno ritenuto opportuno correggere le proprie determinazioni senza attendere la conclusione di un contenzioso.

Questo dimostra che l’autotutela non rappresenta un’ammissione di debolezza, ma uno strumento di buona amministrazione. Correggere tempestivamente un provvedimento quando emergono elementi nuovi o interpretazioni più corrette significa ridurre il contenzioso, evitare costi inutili e perseguire l’interesse pubblico con maggiore efficacia.

Le imprese non chiedono scorciatoie. Chiedono regole chiare, procedimenti trasparenti e decisioni coerenti con il quadro normativo. Soprattutto chiedono che la semplificazione amministrativa non rimanga un principio scritto nelle leggi, ma diventi un criterio concreto di azione.

Perché ogni costo evitabile imposto alle imprese finisce inevitabilmente per tradursi in un costo per l’intero sistema economico.

Nota documentale

Le riflessioni contenute in questo articolo prendono spunto dalle iniziative promosse da Confimprese Palermo.

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