Prime Comunioni Palermo: due comunicati di Confimprese e Arcidiocesi, tra danni economici e confronto su fede e profitto

Il comunicato stampa dello scandalo Affare Prime Comunioni – È davvero uno scontro tra sacro e profano?

Erano trascorsi diversi mesi dalla nostra prima lettera all’Arcivescovo, senza che avessimo ricevuto alcuna risposta.

Eravamo ormai a marzo quando alcuni operatori del settore mi fecero notare una situazione particolare. Era il periodo in cui, normalmente, cominciavano ad arrivare le richieste di preventivi e le prenotazioni per le Prime Comunioni.

Effettivamente qualche richiesta arrivava, ma riguardava le celebrazioni nelle diocesi vicine. Da Palermo, invece, nulla.

Le preoccupazioni che avevamo manifestato nella nostra prima lettera cominciavano a materializzarsi.

“Un danno collaterale” della riforma

Nella mia qualità di Presidente di Confimprese Palermo, ritenni necessario provare a quantificare quello che consideravo un “danno collaterale” della riforma: le conseguenze economiche per le imprese che lavoravano, direttamente o indirettamente, intorno alle celebrazioni delle Prime Comunioni.

Partimmo dal numero medio delle celebrazioni, tra 3.000 e 3.300 ogni anno nella città di Palermo, e dalla spesa delle famiglie e degli invitati. La nostra elaborazione portò a stimare un impatto economico di circa 20 milioni di euro, distribuito tra ristorazione, abbigliamento, fotografia, pasticcerie, fiorai e numerose altre attività, prevalentemente piccole e microimprese.

Decisi quindi di rendere pubblico quel dato attraverso un comunicato stampa.

Non intendevo certamente sostenere che la Chiesa dovesse rinunciare alla riforma perché comportava perdite economiche. Una scelta pastorale non può essere subordinata agli interessi delle imprese.

Volevo, invece, far conoscere le possibili conseguenze di quella scelta e invitare a una riflessione: per raggiungere gli obiettivi del nuovo percorso catechistico, quel sacrificio economico era davvero necessario? Esistevano modalità di attuazione che avrebbero consentito di evitarlo o almeno ridurlo?

Mi sembrava una domanda legittima, soprattutto perché riguardava imprese che non avevano partecipato alle decisioni e che, tuttavia, ne avrebbero sopportato le conseguenze.

Nel comunicato richiamammo anche il valore sociale delle celebrazioni, come occasioni di incontro e condivisione tra le famiglie, e ribadimmo l’auspicio di un confronto sereno e costruttivo.

Una risposta che non mi aspettavo

Non mi aspettavo una risposta al comunicato stampa. Dopo diversi mesi trascorsi senza ricevere riscontro alla nostra prima lettera, stavamo piuttosto valutando l’opportunità di chiedere un nuovo incontro all’Arcivescovo.

Il giorno successivo, invece, arrivò una replica pubblica dell’Arcidiocesi.

Devo dire che mi colpirono soprattutto i toni e l’impostazione della risposta.

Pensavo di richiamare l’attenzione sulle difficoltà che cominciavano a manifestarsi nelle piccole imprese. Volevo far conoscere quali potessero essere le conseguenze economiche della riforma, non certo sostenere che quelle conseguenze dovessero impedirne l’attuazione.

Mi trovai invece davanti a una risposta che sembrava spostare il confronto su un terreno completamente diverso: quello della contrapposizione tra la formazione cristiana e il profitto. Una questione lontana anni luce dalla nostra impostazione.

La replica si apriva facendo riferimento alle preoccupazioni di «qualche associazione di categoria» per il «momentaneo calo delle celebrazioni».

Momentaneo.

Era una definizione che mi lasciava perplesso. Il nuovo progetto introduceva un percorso quinquennale e una fase di transizione destinata a incidere per anni sul calendario delle celebrazioni. Mi sembrava difficile conciliare l’aggettivo «momentaneo» con un orizzonte temporale di quella portata, soprattutto dal punto di vista delle imprese.

Un periodo che può apparire transitorio nella programmazione pastorale non ha necessariamente lo stesso significato nella vita di una piccola attività economica.

Ma il passaggio che mi colpì maggiormente fu un altro.

L’Arcidiocesi riconosceva che la propria scelta poteva avere conseguenze economiche e dichiarava di comprendere le difficoltà degli operatori. Subito dopo, però, affermava che non si poteva mettere «il profitto prima della persona».

Non avevo alcuna difficoltà a condividere quel principio. Ma mi chiedevo perché, nel richiamarlo, sembrassero dimenticate proprio le persone che vivevano del lavoro prodotto dalle attività economiche coinvolte.

Se perseguire il profitto a danno della persona è inaccettabile, non dobbiamo preoccuparci anche quando la perdita di reddito rischia di compromettere la vita delle persone?

Dietro le difficoltà di un’impresa ci sono imprenditori, lavoratori e famiglie. Anche la perdita di lavoro può incidere sulla dignità della persona.

Non avevo chiesto di mettere il profitto davanti alla fede, né di sacrificare gli obiettivi educativi della Chiesa agli interessi delle imprese. Avevo posto una domanda sulla necessità di un effetto collaterale della riforma.

La risposta, invece, invitava gli stessi operatori economici a esercitare una «responsabilità sociale autentica», sostenendo il cambiamento.

Mi sarei aspettato, semmai, una riflessione sulle conseguenze che avevamo segnalato, magari anche una spiegazione delle ragioni per cui non fosse possibile evitarle o attenuarle.

Non pretendevo che la Chiesa modificasse le proprie decisioni sulla base di una valutazione economica. Ma tra il prendere atto di un sacrificio e chiedere a chi lo subisce di sostenerlo, senza affrontare nel merito la possibilità di ridurlo, mi sembrava esserci una differenza sostanziale.

La replica concludeva ribadendo la disponibilità della Chiesa a costruire nuove alleanze. Eppure, leggendo il documento nel suo insieme, faticavo a riconoscere in quelle parole l’apertura al confronto che avevamo cercato fin dalla prima lettera.

Il confronto che cercammo di mantenere aperto

Nella riunione successiva alla pubblicazione dei due comunicati, non fui il solo a interpretare la risposta dell’Arcidiocesi come un segnale di chiusura. I toni, certamente, non sembravano quelli di chi volesse favorire la prosecuzione di un dialogo.

Cercai tuttavia di ridimensionare la portata di quelle espressioni, invitando a non irrigidire le nostre posizioni. Ritenevo che, proprio per la natura del nostro interlocutore notoriamente e solitamente aperta anche ai dialoghi nelle condizioni più difficili, fosse ancora possibile recuperare un confronto e che non dovessimo rinunciarvi per una risposta dai toni poco concilianti.

Solo alla luce degli avvenimenti successivi avrei interpretato diversamente quelle parole, considerandole un primo segnale di una volontà di chiusura, che ancora oggi non riesco a spiegarmi.

Intanto, con il passare dei giorni, le difficoltà che avevamo previsto assumevano contorni sempre più concreti e preoccupanti.

Fu in quel contesto che recuperammo l’idea di scrivere nuovamente all’Arcivescovo. Non per alimentare la polemica nata dai comunicati, ma per riportare il confronto sui contenuti originari della nostra iniziativa: le questioni educative, pastorali e familiari, insieme alle conseguenze sociali ed economiche della riforma.

Volevo ribadire che non stavamo contestando il diritto della Chiesa di individuare il proprio percorso catechistico. Chiedevamo di poter discutere delle modalità della sua attuazione e delle conseguenze concrete, nella convinzione che fosse ancora possibile trovare un terreno di confronto.

Perché il comunicato stampa dello scandalo?

Ripensando a quella vicenda, ho finito per chiamarlo «il comunicato stampa dello scandalo».

Non perché il nostro comunicato contenesse una denuncia scandalistica, né perché intendessimo provocare uno scontro con l’Arcidiocesi.

Al contrario, avevamo cercato di rappresentare un problema concreto, quantificandone le possibili conseguenze e chiedendo che venissero valutate.

A sorprendermi fu la reazione: una questione relativa ai “danni collaterali” della riforma era stata ricondotta alla contrapposizione tra fede e profitto.

Uno scontro che non avevamo cercato e che, almeno da parte mia, continuavo a voler evitare.

La decisione successiva fu infatti quella di scrivere ancora all’Arcivescovo. Ma di quella lettera e delle ragioni che ci portarono a inviarla parleremo nel prossimo episodio.

Scritto da Giovanni Felice

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