Libero Grassi: 35 anni dopo, una riflessione sulle sfide ancora aperte nella lotta al racket a Palermo
Nel 1991 l’imprenditore palermitano Libero Grassi scrisse una lettera aperta al suo “caro estorsore”, denunciando pubblicamente il racket e rifiutando di pagare il pizzo. Quel gesto di straordinario coraggio lo portò a pagare con la vita la propria scelta di legalità e dignità.
Oggi, nel giorno del 35° anniversario del suo assassinio, sento il bisogno di fare alcune considerazioni.
In quegli anni, in Sicilia, nacquero i primi movimenti antiracket, partiti da Capo d’Orlando e poi diffusi in tutto il territorio regionale. A Palermo, però, Libero Grassi rimase purtroppo isolato.
La sua denuncia non ricevette un sostegno unanime. Confesercenti gli fu vicina, mentre altre organizzazioni imprenditoriali non soltanto non lo sostennero, ma arrivarono anche a criticarlo duramente. Qualcuno lo definì perfino un “tammuriatore”, uno che faceva molto rumore per nulla.
Grassi riteneva che accendere i riflettori sulle estorsioni potesse rappresentare una forma di difesa: rendere pubblico ciò che la mafia avrebbe preferito mantenere nell’ombra.
Oggi dobbiamo però confrontarci anche con modalità intimidatorie diverse, più esplicite e plateali. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a episodi segnati dall’uso di armi da guerra, fino ai colpi di Kalashnikov, e ad avvertimenti lasciati in modo deliberatamente visibile, come bottiglie di benzina collocate davanti o all’interno degli ingressi delle attività.
Sono modalità che colpiscono anche per la loro teatralità: gesti costruiti per essere visti, raccontati e ricordati, quasi a emulare l’immaginario dei film di gangster. Non è soltanto intimidazione; è una rappresentazione pubblica della forza, pensata per amplificare la paura ben oltre la vittima diretta.
In questi trentacinque anni sono stati fatti molti passi avanti. Sono nate e cresciute associazioni antiracket, si è consolidata una maggiore consapevolezza sociale e istituzionale e sono stati costruiti strumenti di tutela che allora non esistevano.
Eppure il numero delle denunce resta ancora troppo basso.
Credo che sarebbe un errore interpretare questo dato soltanto come mancanza di coraggio o, peggio ancora, come una forma di condiscendenza degli imprenditori nei confronti della criminalità.
La realtà è molto più complessa.
Denunciare significa spesso entrare in una sorta di limbo doloroso. Non ci sono soltanto le minacce dirette. Ci sono anche il rischio dell’isolamento sociale e imprenditoriale, le difficoltà nei rapporti con banche, assicurazioni, fornitori e clienti.
A volte è sufficiente che una richiesta estorsiva diventi pubblica perché cominci a prodursi questo isolamento, molto prima ancora che si possa parlare di un eventuale pagamento del pizzo.
Ed è anche per questo che molte richieste estorsive non arrivano mai a trasformarsi in una denuncia formale.
Negli anni Novanta il sistema degli incentivi provò ad affrontare questo problema partendo da un’intuizione importante: non bisognava soltanto chiedere agli imprenditori di denunciare, bisognava creare le condizioni perché denunciare diventasse possibile e sostenibile.
Quella logica, secondo me, resta ancora oggi attuale.
Serve un sistema di sostegno che non si limiti alla sicurezza fisica dell’imprenditore, ma che intervenga anche sulla stabilità economica dell’impresa e sulla tutela sociale di chi decide di esporsi.
E questo sostegno deve arrivare subito, contestualmente al primo danno o alla prima richiesta, non mesi o anni dopo.
È su questo terreno che credo possa essere compiuto un ulteriore salto di qualità.
Oggi, ricordando Libero Grassi, rivolgo innanzitutto un appello agli imprenditori: denunciare ogni forma di racket e intimidazione resta essenziale, perché soltanto rompendo il silenzio possiamo sottrarre spazio alla criminalità organizzata.
Ma l’appello non può essere rivolto soltanto a loro.
Alle associazioni di categoria, alle istituzioni, alle forze dell’ordine, al sistema bancario, alle assicurazioni e all’intera comunità economica e sociale chiedo di rafforzare la collaborazione e costruire un fronte comune concreto e coeso.
La lotta al racket non può essere lasciata sulle spalle del singolo imprenditore.
Non può diventare neppure una gara a chi riesce a mettersi maggiormente in mostra.
È una sfida collettiva che richiede unità, sostegno reciproco e strumenti capaci di accompagnare concretamente chi decide di opporsi.
Credo che un ulteriore salto di qualità, costruito attraverso un impegno realmente condiviso, sarebbe oggi il modo migliore per ricordare Libero Grassi.
E sarebbe anche il modo più efficace per mandare un messaggio ai tanti nuovi “geometri Anzalone” che sembrano tornati a muoversi nel nostro territorio: l’imprenditore che denuncia non deve più essere lasciato solo.
Soltanto così potremo costruire una città nella quale l’impresa possa tornare a sentirsi libera, sicura e protagonista dello sviluppo economico e sociale di Palermo.
Nota documentale
- l’incontro di Confimprese Sicilia con la commissione Regionale antimafia ed anticorricione
- Le proposte di Confimprese Palermo alla Commissione Antimafia
Il documento consegnato nel corso dell’incontro, con le proposte e gli interventi indicati dall’associazione. - Fascicolo Legalità
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