Conta chi firma… o cosa firma?
Una riflessione su contratti collettivi, salario minimo, libertà di associazione e tutela dei lavoratori.
In questi giorni si parla molto di cosiddetti “contratti pirata”, di salario minimo e di rappresentatività sindacale. Più seguo questo dibattito e più mi convinco che, forse, ci stiamo ponendo la domanda sbagliata.
Non sono un giuslavorista e non ho la pretesa di offrire soluzioni. Vorrei semplicemente condividere una riflessione personale che nasce da un ragionamento molto semplice.
Un contratto collettivo è il risultato di una trattativa tra un’associazione datoriale e una organizzazione sindacale. Al suo interno troviamo la retribuzione, l’orario di lavoro, le ferie, i permessi, la malattia, gli inquadramenti professionali, le tutele e, più in generale, l’insieme dei diritti e degli obblighi che disciplinano il rapporto di lavoro.
Ma allora la domanda è inevitabile.
Che cosa interessa davvero al lavoratore?
Gli interessa il nome dell’associazione che ha firmato quel contratto oppure gli interessa sapere che la sua retribuzione è adeguata, che le ferie sono garantite, che la malattia è tutelata, che il suo inquadramento è corretto e che i suoi diritti sono effettivamente rispettati?
E che cosa si aspetta invece un’impresa quando decide di aderire ad un’associazione datoriale?
Probabilmente rappresentanza, capacità di interpretarne le esigenze, dialogo con le istituzioni, assistenza, servizi, strumenti per affrontare le sfide del mercato e, naturalmente, anche una contrattazione collettiva seria ed equilibrata.
Perché l’adesione ad un’associazione non si esaurisce certamente nella firma di un contratto di lavoro. È una scelta molto più ampia, che riguarda la fiducia nella sua capacità di rappresentare gli interessi generali di una categoria e di accompagnarne la crescita.
Anche questo, a ben vedere, è un tema di libertà.
Proviamo allora a fare un passo in più.
Se due contratti collettivi garantiscono esattamente la stessa retribuzione, lo stesso orario di lavoro, gli stessi istituti di tutela, gli stessi diritti e gli stessi obblighi, qual è la differenza sostanziale per il lavoratore?
La risposta, almeno sul piano delle tutele, sembrerebbe essere una sola: nessuna.
Ed è qui che nasce il dubbio che mi accompagna da tempo.
Il dibattito pubblico si concentra soprattutto su chi firma il contratto. Io mi chiedo invece se non sarebbe più utile concentrare l’attenzione su ciò che quel contratto garantisce concretamente ai lavoratori.
Il punto centrale dovrebbe essere l’equivalenza delle tutele, non l’identità dei firmatari.
Naturalmente questo non significa accettare il dumping contrattuale o abbassare il livello delle garanzie. Al contrario.
Significa pretendere che nessun contratto possa prevedere condizioni economiche o normative inferiori ad uno standard di tutela adeguato e verificabile.
Confesso di avere anche un altro dubbio.
Da un lato si rivendica, giustamente, l’autonomia della contrattazione collettiva rispetto all’intervento dello Stato. Dall’altro si invoca una disciplina legislativa sul salario minimo.
Non è una provocazione, ma una domanda sincera: come si conciliano questi due principi?
Vorrei pensare che qualunque organizzazione chiamata a sottoscrivere un contratto collettivo abbia come obiettivo quello di garantire dignità al lavoro e una retribuzione adeguata.
Proprio per questo mi domando se il punto centrale del dibattito non debba essere un altro.
Se davvero l’obiettivo è garantire i lavoratori, perché il confronto non dovrebbe concentrarsi sulla definizione di livelli minimi di tutela economica e normativa realmente equivalenti, lasciando poi spazio al pluralismo associativo e contrattuale purché quei livelli siano integralmente rispettati?
C’è poi un’altra riflessione che riguarda direttamente la nostra Costituzione.
L’articolo 39 riconosce la libertà di organizzazione sindacale.
Ma ogni libertà, per essere tale, deve essere effettiva e non soltanto teorica.
Se un’impresa garantisce ai propri dipendenti tutele pienamente equivalenti e, nonostante questo, viene esclusa da benefici o opportunità esclusivamente per l’associazione alla quale aderisce o per il contratto che applica, è legittimo domandarsi se quella libertà sia esercitata in condizioni di reale parità.
È una domanda che riguarda le imprese, ma riguarda anche i lavoratori.
Perché una libertà riconosciuta sulla carta, ma limitata nei suoi effetti concreti, rischia di perdere una parte importante del suo significato.
Naturalmente parlare di equivalenza delle tutele non significa immaginare un sistema rigido, incapace di cogliere le specificità dei diversi settori produttivi o delle diverse realtà imprenditoriali.
Le esigenze organizzative possono essere differenti, così come possono esserlo gli strumenti attraverso i quali si realizzano gli stessi obiettivi di tutela.
Ciò che non dovrebbe cambiare è il risultato finale: la dignità del lavoratore e il livello effettivo delle sue garanzie.
E c’è un’ultima riflessione che continuo a farmi.
Da anni sentiamo dire che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa.
Nello stesso tempo, gli imprenditori denunciano un costo del lavoro tra i più elevati.
Se entrambe queste affermazioni sono vere, allora il problema non può essere soltanto il livello della retribuzione.
Forse dovremmo avere il coraggio di affrontare anche un’altra domanda.
Perché la distanza tra quanto costa un lavoratore all’impresa e quanto quel lavoratore porta realmente a casa continua ad essere così elevata?
Perché il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sull’aumento del costo del lavoro e molto meno sulla possibilità di ridurre quella forbice?
Se davvero vogliamo aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e rendere più dignitoso il lavoro, non dovremmo forse impegnarci anche per fare arrivare una parte maggiore di quel costo direttamente nelle tasche dei lavoratori?
Forse anche questa dovrebbe diventare una priorità.
Perché aumentare la dignità del lavoro non significa soltanto aumentare il costo sostenuto dalle imprese.
Significa anche interrogarsi su come ridurre la distanza tra ciò che un’impresa spende e ciò che il lavoratore percepisce realmente.
Sono domande. Non ho la presunzione di avere tutte le risposte.
Ma continuo a pensare che il confronto potrebbe diventare molto più utile se, anziché concentrarsi sul nome di chi firma un contratto, iniziasse a concentrarsi sul livello di tutela che quel contratto garantisce realmente alle persone.
E forse, insieme a questo, dovremmo avere il coraggio di porci un’altra domanda ancora più semplice.
La nostra priorità è difendere un sistema, una sigla, un modello di rappresentanza?
Oppure è garantire che ogni lavoratore abbia una retribuzione dignitosa, diritti effettivi e tutele reali, e che ogni impresa possa esercitare liberamente il proprio diritto di associazione senza essere penalizzata quando quegli stessi diritti e quelle stesse tutele sono pienamente assicurati?
Sono convinto che, se riuscissimo a spostare il dibattito dalle appartenenze ai contenuti, dalle sigle alle persone, dai firmatari alle tutele, avremmo reso un servizio non ad una categoria, ma all’intero Paese.
Di Giovanni Felice Presidente di Confimprese Palermo
Approfondimento
Le riflessioni contenute in questo articolo riguardano temi che Confimprese affronta ogni giorno anche sul piano operativo, attraverso la contrattazione collettiva, la bilateralità, la formazione e i servizi di affiancamento alle imprese e ai lavoratori.
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