Vignetta sul confronto per le Prime Comunioni a Palermo e sulla richiesta di dialogo con la Curia

Prime Comunioni: finalmente hanno riconosciuto che esistiamo

Finalmente hanno riconosciuto che esistiamo.

Siamo Confimprese, sarebbe meglio dire Confimprese Palermo, ma ci contentiamo, e c’è Giovanni Felice, cioè io.

Non siamo più quelli indefiniti che scrivono sui social, quelli che protestano o quelli ai quali vengono genericamente attribuiti interessi economici.

Nella nota diffusa il 2 ottobre dal Consiglio Pastorale Diocesano, Confimprese e il sottoscritto veniamo finalmente chiamati per nome. Le nostre richieste vengono definite prive di fondamento e accusate addirittura di «snaturare e mortificare» il Progetto Catechistico e l’impegno della Chiesa di Palermo.

Lo considero un passo avanti.

Almeno adesso sappiamo che esistiamo.

Qualche difficoltà rimane invece con il nome del Comitato. Ma anche qui possiamo rassicurare tutti: le parole “fede”, “economia” e “comunità” non sono brevettabili da parte di nessuno.

Nel frattempo è avvenuto anche un mezzo miracolo.

Devo riconoscere alla Curia, all’Arcidiocesi o comunque a chi sta gestendo questa vicenda un altro risultato: è riuscito a mettere insieme le organizzazioni palermitane del commercio e dell’artigianato.

Confcommercio, Confesercenti, CNA, Confartigianato e Casartigiani hanno sottoscritto una lettera comune di solidarietà all’Arcivescovo.

Un mezzo miracolo.

Non sempre commercio e artigianato riescono a ritrovarsi così compatti quando sul tavolo ci sono altri problemi economici e sociali della città. Evidentemente il nuovo Progetto Catechistico possiede anche una particolare capacità di aggregazione.

Battute a parte, avrei preferito che i colleghi, prima di prendere posizione su una vicenda che riguarda direttamente Confimprese Palermo, si fossero informati un po’ meglio.

Magari avrebbero potuto persino valutare la possibilità di svolgere un ruolo di mediazione. Ma questa, evidentemente, è fantapolitica: molto più semplice giudicare e schierarsi, magari con il più forte, ammesso che sia così..

Se mi avessero contattato, avrebbero scoperto che non ho mai attaccato l’Arcivescovo, non ho mai preteso di stabilire come la Chiesa debba organizzare la catechesi e non ho mai chiesto di cancellare il nuovo Progetto Catechistico.

A dire il vero, non occorreva neppure telefonarmi.

Bastava leggere.

Le nostre lettere sono pubbliche e sono disponibili nel dossier che abbiamo dedicato alla vicenda sul nostro sito.

Ho fatto una cosa molto più semplice e, a quanto pare, quasi rivoluzionaria: ho presentato una proposta e chiesto un incontro.

Mi ha strappato quindi un sorriso leggere che le cinque organizzazioni, nella stessa lettera, chiedono all’Arcivescovo proprio di poterlo incontrare per proseguire il confronto.

A loro auguro sinceramente maggiore fortuna. probabilmente visto come si sono schierati saranno attesi con i tappeti rossi.

A me sarebbe bastato essere convocato.

Ma questa vicenda un altro piccolo miracolo lo ha fatto davvero.

Mi ha fatto incontrare un gruppo di persone eccezionali. Lavoratori, madri e padri che stanno dedicando tempo ed energie a questa iniziativa senza chiedere nulla in cambio. Persone generose che ho avuto modo di conoscere meglio giorno dopo giorno.

Molti di loro sono fedeli convinti.

Ed è forse questo l’aspetto che più mi ha colpito.

Alcuni stanno vivendo questa vicenda con un travaglio profondo, perché non riescono a capacitarsi di quella che percepiscono come una sorta di abbandono proprio da parte della loro Chiesa.

Non sta a me stabilire se questa percezione sia giusta o sbagliata.

Ma esiste.

E credo che meriti almeno di essere ascoltata.

Anche per questo considero importante un’altra questione.

In tutto quello che scrivo, dichiaro e propongo ci metto il mio nome e la mia faccia.

Non parla genericamente Confimprese. Parla, scrive e firma Giovanni Felice, presidente di Confimprese Palermo.

Posso sbagliare. Posso sostenere una proposta che qualcuno considera sbagliata. Posso essere criticato, anche duramente.

Ma se qualcuno scrive che le richieste che porto avanti sono prive di fondamento, che rischiano di «snaturare e mortificare» il progetto della Chiesa e che dietro tutto questo vi sarebbero «interessi di parte», preferirei sapere con chi sto discutendo.

Non è una questione formale.

Quando si passa dalla discussione di una proposta all’attribuzione di interessi e intenzioni a chi quella proposta l’ha formulata, credo sia corretto che ciascuno si assuma la responsabilità delle proprie parole.

Io lo faccio.

E, tutto sommato, sono persino contento che siamo passati da qualcuno ha scritto sui social a Giovanni Felice.

Sono orgogliosamente il presidente di Confimprese Palermo e mi batto per ciò che ritengo necessario per rispettare le finalità della mia associazione e rappresentare le categorie che mi hanno affidato questo compito.

Il Consiglio Pastorale ringrazia poi l’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice per il «grande esempio di pazienza e di mitezza» dimostrato di fronte alle pressioni di queste settimane.

Consentitemi allora un’altra battuta.

Avrei preferito perfino una sculacciata.

Avrei preferito essere convocato dall’Arcivescovo o da chi, per lui, avesse avuto la possibilità di decidere o, quantomeno, di ascoltare la nostra proposta e riportarla all’attenzione di chi avrebbe dovuto decidere.

Avrei preferito sedermi davanti a un interlocutore vero, spiegare le nostre ragioni e magari sentirmi dire:

Felice, non hai capito niente.

Anche una bella sculacciata, se fosse servita.

Ma dopo avermi ascoltato.

Perché non ho mai preteso che la mia proposta fosse accolta. Ho chiesto che fosse ascoltata e che, se ritenuta sbagliata, mi venisse spiegato perché.

Bastava convocarmi.

Adesso lasciamo stare i paroloni

“Pressioni mediatiche”. “Interessi di parte”. “Snaturare”. “Mortificare”.

Potremmo continuare a risponderci attraverso comunicati sempre più solenni.

Preferisco fare un’altra cosa.

Parlare delle cose.

Fino ad oggi non ci siamo mai inseriti, né tantomeno sostituiti, nei percorsi decisionali e formativi della Chiesa.

Non avendo ricevuto alcun riscontro, siamo stati costretti ad avanzare una proposta che avrebbe potuto essere semplicemente il punto dal quale cominciare una discussione.

Viste le parole non proprio gentili che quella proposta ha suscitato, forse è arrivato il momento di cominciare a parlarne davvero.

Pardon: a scriverne.

Almeno per spiegare le nostre motivazioni e offrire elementi più concreti di giudizio non soltanto ai nostri interlocutori, ma anche alle tantissime persone che stanno partecipando a un dibattito diventato, in alcuni casi, talmente acceso da portare a bloccare i commenti sui social e sulle testate giornalistiche online.

Cominciamo dal dato più semplice.

Il nuovo Progetto Catechistico prevede un percorso di cinque anni. Nei primi tre anni non sono previste celebrazioni dei Sacramenti.

Lo stesso Consiglio Pastorale, nella nota del 2 ottobre, sostiene la scelta di prevedere «un tempo più lungo per prepararsi a ricevere i sacramenti», collegandola alla necessità di recuperare pienamente il significato della vita sacramentale. 

Benissimo.

Io non contesto affatto che i bambini debbano ricevere una formazione seria.

Non voglio meno catechesi.

Non voglio una scorciatoia.

Ma cinque anni, di per sé, non significano niente.

Cinque anni con quale frequenza? Con quante ore di catechesi? Con quali contenuti? Con quale partecipazione delle famiglie e alla vita della comunità?

La qualità di un percorso educativo non si misura contando gli anni sul calendario.

Ed è proprio per questo che voglio porre una domanda molto più semplice.

Dopo tre anni di catechesi, questi bambini sono pronti oppure no?

È questa la domanda alla quale vorrei avere una risposta.

Non riguarda Confimprese.

Non riguarda i ristoranti.

Non riguarda le feste.

Non riguarda gli interessi economici.

Riguarda i bambini.

Dopo tre anni di percorso catechistico, sono pronti a ricevere la Penitenza e la Prima Comunione oppure no?

Se non sono pronti, vorrei capire cosa manca alla loro preparazione.

Se invece sono pronti, allora la domanda diventa inevitabile:

perché devono aspettare?

È di questo che vorrei discutere.

Ed è da questo problema che nasce la proposta che ho avanzato: prevedere una soluzione transitoria per i bambini coinvolti nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema, consentendo loro di ricevere la Prima Comunione al termine del terzo anno.

Senza cancellare il nuovo Progetto Catechistico.

Senza rinunciare alla formazione.

Senza pretendere di sostituirsi alla Chiesa.

Se occorre più catechesi, discutiamo di più catechesi.

Se occorre intensificare gli incontri, discutiamo di come farlo.

Se occorre un maggiore coinvolgimento delle famiglie, lavoriamo su quello.

Ma più tempo e più formazione non sono necessariamente la stessa cosa.

Il 5 ottobre è una tappa

Lunedì sarò davanti alla Curia.

Non contro l’Arcivescovo.

Non contro la Chiesa.

Sarò lì perché continuo a ritenere possibile trovare una soluzione che tenga insieme il nuovo percorso catechistico e le esigenze dei bambini e delle famiglie che stanno vivendo questa fase di passaggio.

Ma il 5 ottobre è una tappa.

Il 5 ottobre non finisce nulla.

Continuerò a firmare quello che penso.

Continuerò a metterci la faccia.

Continuerò a presentare proposte e, quando sarà necessario, a fare domande.

Per il momento ne basta una:

Dopo tre anni di catechesi, questi bambini sono pronti per la Prima Comunione oppure no?

Io sono Giovanni Felice. E aspetto una risposta. 

Ne ho diritto. Ne abbiamo diritto.

Per questo il 5 ottobre 2026 siamo davanti alla Curia.

 

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